"Tenero, sporco e duro come solo pochi libri"

 

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Il romanzo d’esordio di Lorenzo Pierfelice è pervaso da un variegato campionario di profumi e atmosfere uniche. Da un gioco costante tra la complessità di una trama in divenire e l’estrema semplicità delle tre storie in esso narrate (un bambino, un trentenne, un cinquantenne).

Assistiamo al dipanarsi a volte infingardo di tre micromondi che trasportano persone, cose, case, libri, lacrime, sorrisi e che seguono la propria orbita ignorandone la direzione. Tre storie lontane tra di loro sia fisicamente che temporalmente. Realtà e personaggi che vivono proseguendo le proprie vite senza un fine ben definito, vagabondando, errando, convinti che l’unica cosa certa sia che “il futuro uccide”.

Si può dire che il tutto avanzi con l’andatura a volte instabile del poco famoso Circo errante dell’equilibrio” del vecchio Jika Ganesh. Come il dondolare cigolante di un travocco centenario. Va avanti, come va avanti l’amore tra Annette e Miros. Come procede la vita apparentemente tranquilla di Nunzio.

Non si sfiorano neanche queste storie fino al giorno in cui per errore si ritrovano a scontrarsi bruscamente e a salire tutte su un unico carrozzone, mischiandosi e dirigendosi verso un unico punto, passo dopo passo, sempre in bilico.

L’autore, ricordiamo, alla sua prima prova narrativa, è stato in grado di dipingere scrivendo, perché si vedono bene i volti di questa storia e i paesaggi e le stanze. E pare dipinto di getto questo libro, con l’approssimazione a volte sporca e difettosa delle pennellate acriliche. Sembra essere stato scritto tutto d’un fiato: la sensazione che si ha leggendolo è come quella che può provare un bambino cui raccontino dall’inizio alla fine una favola meravigliosa. Ne tocca gli oggetti descritti, sente il caldo afoso di alcune mattine di agosto sulla pelle e la pesantezza addosso di panni zuppi delle piogge novembrine.

E se una storia deve avere un profumo, questa storia profuma di mare, di alghe attaccate al legno, puzza di cozze, odora di fieno e sudore, di origano e isole lontane. Sa di calze da donna appena scartate, puzza di fritto, di aliti cattivi impregnati da alcool e fumo, odora di biblioteche, carta e polvere. Di acrilici e tempere sulle dita, sa di sangue e lacrime. Il circo errante dell’equilibrio è tenero, “sporco” e duro, come solo pochi libri.

Aurora Snovi
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