" [...] una rigorosa algebra del Caos, un romanzo circolare e polifonico, abitato in ogni pagina da un campionario di umanità sorprendentemente al capolinea"
Esteban Budavari

Professore, ci sembra di capire che il libro vada letto...
Come dire che un panino vada mangiato.
Se dovesse sintetizzarlo in poche parole?

Il Circo Errante è meta-letteratura, è un romanzo che contiene un altro romanzo e la storia singolare della sua parabola editoriale.
A voler essere precisi è un libro che parla di due libri e che nel frattempo trova il tempo di parlarci anche di altre storie.
Cosa l'ha colpita di più del romanzo?
La cosa più interessante del libro è indubbiamente l'impressione generale di un'opera “paradossale”, nel senso zenoniano del termine: il finale è talmente aperto che getta un'ombra indissolubile sull'uovo e la gallina.
Si spieghi meglio...

Non posso scendere nel dettaglio, per non guastare la lettura a chi ha già deciso di acquistarlo e leggerlo, ma posso dire, senza far torto a nessuno, che il libro pone indirettamente un problema ontologico: chi ha salvato chi? Chi esiste davvero? Chi narra? Chi vive? Chi muore?
È nato prima il romanziere o i suoi personaggi? Dove iniziano le storie che ci raccontiamo ogni giorno?
Noi l'abbiamo letto e lo troviamo semplice. Meno cervellotico e contorto di come ce lo sta raccontando...
Questa può essere la sua forza: una storia semplice con alcuni risvolti che pongono interessanti spunti: la commistione inevitabile tra realtà e finzione, menzogna e innocenza, inganno e feticcio. Il bambino, il trentenne, il cinquantenne sembrano essere solo dimensioni dell'anima, episodi d'un tempo asincrono. La matrice di tutto sembra essere la “prospettiva” e un relativismo spinto all'estremo.

Diversi registri narrativi, dal comico al drammatico, passando per l'introspezione e il triviale...

Una sorta di montagna russa dove gli unici manovratori sono i narratori e i lettori (per quello che vorranno intendere).
Cosa rappresenta il circo errante?
È una metafora: può essere inteso non solo nel senso di un vagabondaggio senza meta, ma anche come “errare, sbagliare”.
Le due matrici della condizione umana: da una parte la ricerca di un senso dall'altra la scoperta della sua assenza o della sua negazione.
Ad un certo punto, uno dei protagonisti del libro - lo scrittore Miros - parla di “arte di far scintillare le rovine”...
Altro non è che la capacità di resistere all'oblio e alle sconfitte della vita, farsi “storia” degna di racconto, trovare un equilibrio tra caducità e memoria. E ciò non può avvenire al di fuori della letteratura e dell'arte di raccontare storie.
Come le due librerie che Miros e la sua amante Annette cercano di mettere insieme nel capitolo Aegle dans le champs, Il suo preferito, immaginiamo...
Sì, perchè sintetizza l'intera opera: la capacità di creare un filo conduttore (anche se del tutto arbitrario) tra le esperienze, per dare un senso al Caos che governa le nostre vite.
Per questo leggiamo: per riconoscere il simile e sentirci meno soli.
La letteratura è solo un esercizio di sopravvivenza (per l'autore, per il lettore, per il personaggio), dall'una e dall'altra parte della pagina.

Anche per questo si scrive, no?

Come diceva Agota Kristof “ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro.”
Professor Budavari, lei è molto simpatico, ma noi abbiamo capito ben poco delle sue elucubrazioni...

Bene, vuol dire che siete sulla strada giusta.

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